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martedì 16 marzo 2010

Un po' di salato_ Sformatini di miglio al caprino e pera


Che mica di solo glucosio vive l’uomo (me esclusa, in alcuni periodi). A volte mi chiedo se chi legge i miei giornali di bordo non pensi davvero che mi nutra essenzialmente di cakes, panne cotte, tartes e tartelettes o che sottoponga a regime forzato amici e parenti, novella Bree Van de Kamp che bussa col vassoio di muffin.
Preciso che non ho assolutamente nulla contro le sterminate varietà di verdura, pesce, carni, cereali e latticini che stazionano settimanalmente all’interno del mio frigo. Anzi, la mia curiosità e conoscenza in cucina si è sempre mossa a 360 gradi tranne per alcuni blocchi storici che col tempo supererò, vedi trippa e simili.

Adoro qualsivoglia tipo di verdura e frutta, ovviamente acquistato con buon senso (stagionalità e provenienza).
Stravedo per i formaggi, tanto che la follia momentanea sarebbe quella di seguire finalmente un buon corso in merito.
Legumi e cereali, ne ho un campionario in dispensa e li amo incondizionatamente, al pari o più della pasta.
Carne decisamente sì, anche se negli ultimi anni sto rivedendo molto criteri e luoghi di acquisto.
Pesce… tasto dolente per una genovese. Mi piace mangiarlo ma decisamente meno pulirlo. Poi provate voi a togliere l’odore della cottura d’intorno, quando la vostra casa non ha praticamente porte.

Ma i dolci, i dolci, deliziosamente futili e da consumare con moderazione all’interno della dieta mediterranea che da un decennio ci recitano a destra e manca, meritano un discorso a sé, abitano un mondo a sé. Non per niente, a quanto ne so, non è mai corso buon sangue tra cucinieri e pasticcieri… o forse è solo una leggenda. Trionfi del vezzo e della gola, relegati all’ultimo posto dei menù con le solite, banali proposte oppure tronfi protagonisti (mai sentito di un certo Espai Sucre?), miracolo di centinaia di preparazioni diversissime partendo sempre dagli stessi pochi ingredienti, cruccio per gli stoici che resistono perennemente a dieta.
Posso rinunciare a tutto tranne che al superfluo, quante ne sapeva Wilde. Un paragone terra terra: non sono il tipo che girando per vetrine si sofferma a scrutare il nuovo modello di casco per la moto, o l’aspirapolvere più turbopower, o quella tv al plasma così grande, no! Scarpe, chincaglierie di ogni genere, vestiti, facce, colori, abbinamenti, textures, forme e design… insomma tutte cose che accalappiano lo sguardo, per la maggior parte inutili, ovviamente. Ecco, i dolci sono il mio indispensabile superfluo che riempie gli occhi e vizia il palato, per i quali ho deciso che valeva la pena buttarmi in un blog; anche in questa eccezione sono riuscita ad infilare pera e liquirizia, che assieme al porro fanno da contrappunto al salato dei formaggi.


Sformatino di miglio, caprino e pera (per 4-5 porzioni)
miglio decorticato 100g
caprino fresco (di solo latte di capra, sembra ovvio ma non è) 80g
pecorino sardo 1 cucchiaio raso
pere conference 2 (o altre piccole, sode e dolci)
uova 1
porri 2
liquirizia in polvere (meglio la radice da grattuggiare)
zucchero


Portare a cottura il miglio anche a seconda delle indicazioni del produttore; io l'ho fatto leggermente tostare in poco olio, poi coperto con il doppio del suo volume in acqua salata. Dopo 10-15 minuti di sobbollitura, l'acqua dovrebbe quasi tutta essere assorbita, se così non fosse lasciarlo ancora qualche minuto su fuoco spento (non troppo perché si rischia di far disfare i chicchi, al limite scolarlo come fosse riso). Passarlo sotto l'acqua fredda per fermare la cottura.
Far saltare in padella i porri tagliati a rondelle con poco olio (conservare 4 o 5 foglie esterne di porro, tagliate in lunghezza, da sbollentare 2 minuti) aggiungere poi un fondo d'acqua, abbassare il fuoco e mettere il coperchio per farli stufare, aggiustare di sale.
A parte, lavorare il caprino a crema con l'uovo, parmigiano, sale e pepe (magari un pepe aromatico, io ho messo quello Sichuan). Unire il miglio al composto di caprino, assieme a due cucchiai dei porri cotti e frullati. Ungere bene gli stampini cilindrici (io avevo gli anelli per mousse in acciaio) per la cottura ed aggiustarvi all'interno i nastri di foglie di porro, coprendo più superficie possibile. Versarvi all'interno il composto e pressarlo bene. Cuocere in forno ventilato a 180° fino a che siano asciutti e leggermente coloriti in superficie.
Nel frattempo, ottenere dalle pere 4 o 5 dischi con la buccia da passare in padella con un cucchiaio di zucchero ed una nocina di burro, facendoli ammorbidire e "caramellare". Conservarli a parte. Gli avanzi delle pere. sbucciati e tagliati a pezzi, saranno saltati 2 minuti nella stessa padella, senza aggiungere altri condimenti, e poi frullati col minipimer assieme ad un cucchiaio scarso di porri. Passare al passaverdura per eliminare eventuali pezzetti.
Estrarre gli sformatini lasciati intiepidire dagli stampi (caldi potrebbero essere ancora un po' a rischio distruzione). Servire lo sformatino appoggiato sulla salsa alle pere e coperto da un disco di pera. Grattuggiare la liquirizia a piacere sul piatto finito.

giovedì 19 novembre 2009

DOPiamoci_Pancakes di castagne con stracchino e pesto


Un po' sul filo del rasoio pubblico la mia partecipazione al contest di Genny sui prodotti italiani DOP, in collaborazione con la Compagnia del Cavatappi. Ahahah, non ci crederete ma in questo preciso momento in cui mi appresto a sproloquiare sul più noto condimento genovese, sotto le mie finestre si sta svolgendo un dialogo a voce alta tra due (presumo) anziani del tipo: "Mia belin, ma te lu diggu mi..." con la tipica intonazione cantilenante (che abbiamo tutti senza rendercene conto, pur non parlando dialetto stretto). Coincidenze. Comunque dicevo, in merito ai DOP liguri ho scoperto che, ad oggi, si fregiano di questa denominazione solo il basilico di Prà e gli oli (delle due riviere, ponente e levante). Ed io che pensavo anche ai formaggi-latticini, come la prescinseua, il san Stè... mah. Magari col tempo qualcuno ci penserà (spero).


Discutevo qualche settimana fa con un'amica che studia da tecnico della ristorazione (con attenzione ai prodotti tipici) sulla proposta di assegnare la DOP anche al pesto, considerato come prodotto finito. Se da un lato è sacrosanto tutelare la ricetta ufficiale, dall'altro non è così certo che sia proprio quella, l'ufficiale: da un lato all'altro della Liguria, ma anche da una famiglia all'altra, ci sono sempre piccole differenze sulla preparazione. Io resto comunque convinta che sia meglio una piccola "omologazione" interna piuttosto che l'invasione di pesti stile alien (come quelli marroni-verde marcio che vedo sugli scaffali al supermercato, chissà chi li compra brrr).
Anni fa, in trasferta a Torino ed in astinenza da pesto, la madre del moroso piemontese del momento mi regalò un vasetto-alien... credo che la mia faccia di bronzo nel ringraziare abbia raggiunto l'apice quel giorno :)
Comunque, DOP o non DOP, per me il pesto è: basilico di Prà, aglio, pinoli, grana e pecorino, sale, olio. E BASTA!! Fiocchi di patate, noci, panna, prezzemolo per favore nuuuu....
La particolare esposizione al sole della località di Prà e la vicinanza al mare rendono unico il basilico lì coltivato, raccolto quando la piantina presenta foglie ancora piccole e profumatissime, senza il sentore un po' mentolato che hanno le foglie nelle altre regioni italiane. Esiste anche un parco che raccoglie le aziende agricole presenti sui terrazzamenti di Prà, ricavati ai fianchi delle colline che chiudono la costa. Gran parte del basilico che si trova al mercato, almeno in Liguria, proviene anche da Albenga ed è comunque buono.
Anche sull'aglio ci sarebbe da disquisire: l'ufficiale sarebbe quello di Vessalico, particolarmente digeribile a dispetto del sapore forte (ma piuttosto raro da trovare). 
Ricordo-flash: quando da piccina volevo aiutare la mamma a cucinare lei mi piazzava sul lavandino della cucina con la ciotolona dell'acqua ed i mazzetti di basilico da pulire (lavoro lungo e noioso che mi teneva buona per un po'). A ben pensarci forse assieme alla cotoletta impanata, la pasta frolla e la pastasciutta il pesto è stato una delle prime cose che ho imparato a cucinare, beh tentato di imparare. 
E quindi, dopo tutta 'sta sbrodolata, ho pure pensato a come potevo usare il pesto in versioni leggermente "new" ma che non si discostassero troppo dai tradizionali abbinamenti. Uno dei miei preferiti è quello con gli gnocchi di castagne, leggermente dolci in contrasto con la forza del pesto. Oppure anche a gocce sulle bruschette, con un velo di ricotta o stracchino sotto ed (in estate) zucchine crude tagliate a velo. E why not... pancakes? In fondo i sapori sono sempre quelli, solo in forma diversa. Ho usato una vecchia ricetta di Sigrid per la pastella dei pancakes, sostituendo una parte di farina con farina di castagne (quella della Garfagnana).

Pancakes di castagne con stracchino e pesto

per i pancakes di castagne:
uova 1
latte 200g
farina 00 90g
farina di castagne 30g
burro 30g
sale
lievito istantaneo 1 cucchiaino
bicarbonato una punta di cucchiaino

per il pesto:
basilico di Prà DOP un mazzetto grande (il netto delle foglie pesate è circa 50g)
aglio 1 spicchio
grana padano DOP 60g 
pecorino sardo/romano 20g 
pinoli (per esempio di Pisa, ma comunque italiani) 40g
olio extravergine mezzo bicchiere
sale

stracchino


Iniziare preparando il pesto: ovviamente i puristi rifuggirebbero come la peste l'uso del mixer da cucina, però trovatemi qualcuno in tutta Genova che lo faccia ancora col mortaio e pestello (se non al campionato mondiale). Mai dire mai, magari un giorno proverò... Per prima cosa le foglioline di basilico vanno staccate con delicatezza dal mazzo, premedole tra l'unghia ed il polpastrello per tagliare il gambo appena sotto la foglia. Gettate in una ciotola d'acqua fredda per togliere i residui di terra, si scolano e si lasciano asciugare molto bene (a rischio di far marcire il pesto se sono ancora bagnate). Io gli do un giro veloce nella ciotola-centrifuga per insalata (mamma docet) e poi le lascio allargate su un telo.
Nel frattempo grattuggiare i formaggi e sbucciare l'aglio. Inserire nel mixer il basilico asciutto, l'aglio, un buon pizzico di sale, i pinoli e solo un cucchiaio di formaggi. In genere alterno questi ingredienti versandoli nel mixer, per non far restare tutte le foglie sotto ed i pinoli sopra. Dare un primo giro di frullata, massimo un minuto per sminuzzare bene le foglie e solo allora aggiungere tutto il restante formaggio ed un pochino d'olio. Far girare ancora, versare pian piano a filo tutto l'olio restante emulsionando il tutto. Anche a seconda del mixer che si possiede, il risultato sarà più o meno cremoso (a me piace sentire i pezzetti di pinolo, non per niente è un "pesto", non una crema). Estrarre dal mixer, versare in vasetti e conservare in frigo massimo per una settimana (oppure congelare subito). Per evitare l'ossidazione in frigo ricoprire sempre con un velo d'olio la superficie del pesto.

Per i pancakes: sbattere l'uovo col latte, unire poco per volta le farine setacciate con lievito e bicarbonato mescolandole con una frusta. Per ultimo aggiungere il burro fuso e tiepido. Far riposare un'ora e poi procedere alla cottura su padella antiaderente leggermente unta di burro, versando mezzo mestolo di pastella per volta e rigirando ogni pancake un paio di volte. E' meglio tenere il fuoco basso come suggerisce Sigrid, per evitare bruciacchiature. Man mano che sono pronti conservarli impilati sotto un telo per non farli freddare.

Comporre il piatto con 3 pancake a testa: disporre sul primo un cucchiaio di stracchino e un cucchiaino di pesto, sparso a gocce. Continuare con gli strati fino all'ultimo pancake. Per far leggermente sciogliere lo stracchino passare 2 minuti in forno spento oppure microonde a bassa potenza (ma dovrebbe anche bastare il calore dei pancakes appena cotti).

venerdì 9 ottobre 2009

Un attimo di pausa please_Scones salati alle noci


Puff puff... riemergo per un attimo dagli impegni autunnali (e dalla settimana del Salone Nautico che qui a Genova causa tra gli autoctoni reazioni di odio profondo, causa traffico impazzito. Poi se piove a dirotto come stamattina beh... auguri a chi deve spostarsi!) In questa settimana, oltre agli ultimi ritocchi alla collana di libri illustrati, ho incastrato il lavoro di cameriera a pranzo ed aggiunto il servizio serale in un altro ristorante, solo per la durata del Salone. Risultato: piedi a pezzi, stomaco confuso su quando aver fame e quando no, mollezza generale. Tengo duro fino a stasera!


Il tempo per partecipare al giochino di Paoletta però volevo prendermelo, già mi ero lasciata sfuggire quello estivo... Per una volta ho voluto proporre qualcosa di salato, giusto uno snackino veloce, anche se tutti gli ingredienti richiesti dal gioco mi suggerivano in coro: "Dolce, dolce, dolce!" Ora, gli scones mi interessavano da quando li avevo scoperti in giro per la blogsfera, soprattutto nelle versioni dolci. Una sorta di soffice panino a lievitazione istantanea... super veloce e soprattutto super versatile! In questo caso il mio risultato è stato più "biscottoso" che soffice, ma credo sia una caratteristica di tutti gli scones salati. Vedremo in seguito cosa succederà con quelli dolci... ho già un po' di ideuzze in mente! Con una ricetta base è possibile creare infinite varianti, e quindi ecco i miei:

Scones salati alle noci con uva nera e chèvre:
farina 00 180g
farina fine (fioretto) di mais 50g
burro 70g
uova grandi 1
latte 50ml
gherigli di noci 40g
sale-pepe nero
lievito istantaneo non vaniglinato

bûche de chèvre 5-6 fettine sottili
uva nera da tavola, dolce


Riscaldare il forno a 180°. Battere l'uovo con il latte ed aggiungervi il burro fuso e raffreddato. Setacciare le due farine con un cucchiaino raso di lievito, sale e due giri di pepe. Tostare in padella le noci e ridurle col coltello a pezzetti non troppo piccoli. Unire le farine poco per volta al latte, mescolando prima con una frusta e poi col cucchiaio. Aggiungere anche le noci e finire di impastare brevemente a mano. Su un piano infarinato formare un panetto ed appiattirlo con le mani all'altezza di circa 1,5-2 cm. Ricavare con un coppapasta da 5cm dei dischi da disporre in teglia coperta di carta forno. Spennellarli di tuorlo e latte ed infornarli per circa mezz'ora, devono essere dorati e lucidi in superficie. Lasciarli raffreddare, tagliarli a metà e farcirli con sottili fettine di chèvre e acini d'uva tagliati a metà (oppure fichi come avrei voluto in origine, salvo che il clima ha fatto le bizze ed a Genova sono spariti dalla circolazione da un giorno all'altro).

lunedì 12 gennaio 2009

Ricordando Faber: fainâ de çeixai

Farinata

Certo, non sarò la prima genovese ad avere un pensiero in memoria di Fabrizio de Andrè, ma in un certo senso DEVO. Non è nelle mie abitudini elevare artisti o cantautori su un piedistallo (a parte brevi parentesi di follie adolescenziali :), ma in questo caso si va oltre. Oltre le classificazioni di genere, oltre le note in sè stesse, oltre qualsiasi parametro di giudizio. Mi sono fatta l'orecchio alle poesie di De Andrè già da bambina, ma ovviamente senza comprenderle nè apprezzarle in modo particolare. Solo dagli anni del liceo in poi, ho iniziato davvero a capire e lasciarmi portare dalle note. Senza parlare degli anni in cui, vivendo a Torino, ad ogni traccia ascoltata con le mie cuffiette sul treno immerso nella nebbia sentivo di portarmi dietro un pezzetto di Genova. Ieri sera, quasi incredula, ho sentito un magone salirmi in gola durante la canzone suonata all'unisono "Amore che vieni, amore che vai", non so, una sensazione strana, come leggere la lettera di un amico lontano.
Da poco ho scoperto anche George Brassens, molto affine a Fabrizio nel descrivere personaggi, situazioni e sensazioni: da qualche tempo "Les passantes" è diventata un po' la preferita, se mai ci sarà una preferita. Arrivare sempre un momento dopo, lasciar fuggire le occasioni per troppa prudenza (o troppa timidezza?), limitarsi a osservare e fantasticare.....c'est moi!

Alors, aux soirs de lassitude,
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir,
On pleure les lêvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l'on n'a pas su retenir.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

Chi volesse ascoltarla, la trova qui
Io, nel mio piccolo, lascio qui la ricetta della farinata così come la faccio io, dopo diversi tentativi più o meno disastrosi; un omaggio alla genovesità che credo rimarrà sempre parte di me (anche grazie alle canzoni di Fabrizio de Andrè).

Farinata di ceci
Ingredienti
farina di ceci 170g
acqua 600 ml
olio extravergine d'oliva 60 ml
sale 5g
rosmarino

Stemperare nell'acqua la farina di ceci, aiutandosi con la frusta. Aggiungere il sale e volendo un po' di pepe nero. Coprire e far riposare questa pastella almeno 2 ore. Oliare generosamente una teglia larga e bassa in rame o alluminio (il materiale di cottura è fondamentale, deve condurre il più possibile il calore ed essere sottile; alla peggio usare le teglie usa e getta in alluminio). Riscaldare il forno a 210°. Riprendere la pastella, mescolarvi l'olio e versare nella teglia ad uno spessore non superiore ai 6-7 mm. Si osserverà che l'olio tende a salire in superficie: questo è fondamentale per la formazione della crosticina superiore in cottura. Cospargere di rametti di rosmarino o a piacere cipolla a fettine sottili, infornare per una buona mezz'ora. Se tendesse a colorirsi troppo, abbassare il forno a 190° verso fine cottura. Va servita fumante, magari con un bel gotto di vin gianco.


sabato 1 novembre 2008

La quiche dopo la tempesta

Pecorino and courgettes quiche

Finalmente oggi Giove pluvio ha deciso di chiudere i rubinetti, e l'aria del dopo-diluvio è come sempre limpidissima e tersa, ma si sente che l'inverno è alle porte... Per una volta una ricettina salata, dato che recentemente mi sto appassionando alle quiche, soprattutto quelle fatte senza l'aiutino del signor Buitoni. La pasta usata come base viene (stranamente) dal blog di Sigrid, anche se (ri-stranamente) l'ho leggermente modificata rispetto a quella di C. Felder.
Per il ripieno beh, gli unici punti fermi sono uova e panna (o ricotta), per il resto come è noto queste torte sono un po' degli "svuotafrigorifero": dai salumi ai formaggi alla verdura, il risultato è sempre ottimo.
Quiche di zucchine, ricotta e pecorino
Ingredienti :
Per la pasta
farina 00 120g
farina 0 50g
farina integrale 50g
uova 1
sale 5g
burro 90g


Per il ripieno
pecorino fresco 80g
ricotta 250g
zucchine piccole 350g
prosciutto cotto a dadini 50g
latte o panna 50ml
uova 1
sale e pepe

Preparare per prima la pasta che dovrà riposare: impastare il burro morbido con la farina usando la punta delle dita, unire anche l'uovo, l'acqua ed il sale. Lavorare non troppo a lungo fino ad ottenere una palla da porre in frigo per almeno un'ora.
Nel frattempo saltare brevemente in padella le zucchine tagliate a sottili rondelle, salare e pepare. Sbattendo l'uovo con la ricotta e la panna creare una crema, anch'essa da salare e pepare. Aggiungervi il prosciutto ed il pecorino tagliato a dadini piccoli. Quando le zucchine saranno tiepide aggiungerle al composto di ricotta.
Tirare fuori la pasta dal frigo e stenderla ad uno spessore uniforme di circa 3mm, foderare una teglia da crostata lasciando da parte una pallina di pasta. Con due dita creare un bell'angolo retto nello spessore del bordo. Versarvi il ripieno, coprire con una griglia di strisce ricavate dall'avanzo di pasta e ripiegare delicatamente i bordi della quiche verso l'interno. Cottura 30-40 minuti a 180° ventilato.

sabato 4 ottobre 2008

I panzerotti della nonna Filo


Questo concorso indetto da Sigrid mi ha fatto pensare, cosa che non succede spesso, ai cibi della mia infanzia. Crescendo ho scoperto che da grande avrei voluto disegnare, scarabocchiare, illustrare storie, e mi sono appassionata anche ad un altro versante creativo: la cucina.
Però sforzandomi di ripensare a quando ero bambina, non riesco a focalizzare un ricordo mangereccio preciso, forse perché ho rimosso come tante altre cose, forse perché mia madre non ama particolarmente cucinare. Alla domanda:”Ma qual’ era il mio piatto preferito in assoluto da piccola?” mi sento rispondere che NON c’era, e che,orrore degli orrori, la mia frase più consueta a tavola era ”No batta,a potto, a potto” (“No basta, a posto ,a posto”) davanti al cucchiaio di pastina teso con fiducia davanti alla bocca. Ecco, ricordo a random la famosa focaccia genovese, che ogni compagno a scuola sgranocchiava quotidianamente per merenda, e che per me era OUT…perché “sennò ti rovini l’appetito per pranzo”… quanto ho odiato quella frase! La pasta al pesto, l’arrosto, cose semplici e rassicuranti ma in fondo ripetitive. Adesso, dopo quattro anni di vita da sola, la situazione è precipitata: cucina sommersa dai ritagli, riviste e libri di cucina; i ripiani della dispensa ingombri di spezie; una vera passione per la pasticceria; un’insana tendenza a non ripetere MAI nello stesso modo una ricetta; la curiosità per abbinamenti e consistenze mai provate. Per la gioia degli amici periodicamente invitati a cena..e della mia dietologa.

Però a ben pensare, un ricordo c’è, considerato un appuntamento irrinunciabile: i panzerotti dalla nonna Filo(mena), amichevolmente abbreviati in “panze”.
Beh, non esattamente un piatto tipico genovese! La parte paterna della mia famiglia è infatti di Bari, la nonna Filo di Gioia del Colle. Il rito si svolgeva quasi ogni mese, e prendevano parte la mia famiglia più zii e cugina, e ovviamente i nonni. Riuscivo a sbirciare ben poco dal salotto alla cucina, che la nonna teneva serrata per non far uscire l’odore di fritto, ogni tanto facevo un incursione per vedere i fagottini di pasta ripiena tuffarsi scrosciando nell’olio bollente. Su questo punto ogni volta c’era una disquisizione di mia madre che riteneva l’olio di semi più adatto alla frittura contro l’olio extravergine, ma tant’è la ricetta della nonna non si tocca! Al primo morso impaziente, una zaffata di vapore caldo ti investiva in piena faccia dall’interno del fagottino, aspettavi con l’acquolina un altro minuto che si raffreddasse anche la scamorza a 400 C°, dopodiché libidine pura!
La parte negativa di una cena a base di panzerotti è che la cuoca deve sacrificarsi a cenare prima o dopo gli altri, perché i fritti vanno serviti subito: quando noi eravamo già satolli, la porta della cucina si apriva e riemergeva la nonna Filo, rossa in faccia per il calore della padella, con i due ultimi superstiti conservati per sé.
“Nonna, a quando i prossimi panze?”

Panzerotti:

Ingredienti
impasto
farina 00 500g
lievito di birra fresco 25g
acqua qb(circa 250 ml)
olio 4-5 cucchiai
sale fino 4 cucchiaini
zucchero ½ cucchiaino

ripieno
scamorza fresca (non quella con la buccia giallina,per intenderci) 500g
carne trita magra 500g
pomodori (qualsiasi tipo!) 3-4 grossi
1 uovo

Preparare la classica pasta da pane sciogliendo il lievito nell’acqua, versarlo nella farina a fontana assieme all’olio, sale e zucchero. Impastare e lasciar lievitare un ora circa.
Nel frattempo per il ripieno tagliare i pomodori a dadini piccolissimi e salarli per far dare l’acqua. Tagliare in dadolata anche la scamorza. Passare brevemente in padella con poco olio la carne trita, salare e pepare. Quando è fredda unire l’uovo.
Riprendere la pasta e stenderla col mattarello in strisce piuttosto sottili (la nonna usava la macchina per pasta all’uovo). Tagliare con la rotella dei quadrati da farcire per metà con pomodori e scamorza oppure carne e scamorza, richiudere i fagottini premendo bene con le dita per eliminare l’aria interna. Sempre con la rotella, eliminare l’eccesso di pasta formando delle mezzelune. Man mano che sono pronti, disporli su una teglia infarinata fuori dal frigo e coprirli con un telo fino al momento di friggerli.
Scaldare in una padella in ferro 4-5 dita di olio extravergine e friggere i panzerotti a 3-4 per volta, facendo scolare l’unto in eccesso sulla carta. Se serve, salare leggermente e…papparseli (per me vincono sempre quelli al pomodoro)!